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Olivia Piede di Porco Secca un Osso

Olivia Per’e Poccu Sicca û Ossu non era vittima di maligna ingiuria bensì ricevette onestissimo appellativo.

Ella infatti aveva per davvero di fattezza suinoide affalangiato il suo piede destro, e pareva secca a somiglianza d’un osso attorno al quale tutto si era consumato, rimanente ancora soltanto quel solitario strato di pelle che ancora la separava dalla somiglianza coi morti veri e propri.

Questa vuol essere la storia presunta di tutto quel che se ne seppe sul suo beffardo e sfortunato conto.

Secca, e sempr’assai coperta di numerosi panni per non arrecare all’altrui vista fastidioso danno, errava ella raminga e pensierosa in seguito all’aver stretto prodigioso patto.

La trista donna avea di fatto chiesto fattucchiero servizio accessibile alle sue allora giovani tasche, e per fare sparire o apparire, cambiare forma e dimensione alla materia del suo corpo bisognava diverso assai compenso, ma a migliorar d’alcun modo il suo spaventosamente funebre aspetto si poteva con poco tentare.

E buono era, ella pensava, giacché un piede altrettanto spaventoso, se non anche di più assai, posso quantomeno tenerlo occulto.

Questo ella chiese e tanto le concesero: d’apparire bella d’un tratto e nonostante tutto.

E divenne noto a tutti e sorprendente per qualsiasi paio d’occhi quanto quello scarso poco di carne che tutto tenea unito fosse intessuto di rara bellezza, e questo non era certo picciol dono per chi mai vi si fosse trovato sì vicino da posarvi lo sguardo.

Bisogna intendersi: era giovane, Olivia, e non potea certo aver coscienza che, forse, a fosse piene del buon senno di eppoi, avrebbe pure potuto valutare d’aspettar tempi più prosperi per dimandare più prodigioso assai servizio.

Giacché questo compromesso ch’ella avea ingenuamente ritenuto accettabile si rivelò per quella motivo di gran tormento.

In primisi, tormento per l’aver dovuto rendersi conto che rimedio non avea certo così trovato e dunque d’essersi sbagliata, e duplicemente tormento per l’aver pergiunta peggiorato la vivibilità del pastrocchio senza rimedio, quandoche la vita dell’oggi volessimo, vanamente, paragonare a quella del defunto ieri.

E nemmanco poté prendersela con chi generosamente le concesse per quel modico prezzo onestissima maestria.

Bisogna allora che ci s’intenda nuovamente: quella avea ormai fatto il callo alla pungente sensazione degli sguardi infelici della gente quando cadevano sulla sua persona, ma non le riusciva assai per niente d’abituarsi a una vita per intero senza uno che di lei s’innamorasse e che di lei altro non vedesse se non pingue bellezza. E a tant’acuta ingenuità non si può certo render torto.

Ma se prima quella non avea che da andarsene per le strade leggera e strana come una vecchia cosa pazza senza tempo, adesso invece avea da scoprire mille altri nuovi mondi dentro allo sguardo dell’altro, tant’é che si venne a domandare persino del suo nome, chi ella fosse e d’onde mai venisse, e di chi ci dicessero, sino al giorno assai funesto in cui Per’e Poccu la nominarono, e ad Olivia, nel suo esser permalosa, non piacque tanto assai la cosa, che per amore di tener nascosta avea invece fortemente scossa. Ma a gniuno mai gliene poteva importar cosa di ciò che di ella si andava raccontando nei nomi o nei cognomi se non le avea prima sfilato calzin, calzoni e pantaloni, ché l’artefizio impazienti assai rendeva di vedere sempre di più ancora di quella rara fitta trama di bellezza, per poi dover scoprir di fretta l’impronunciabile orribilezza, e di lì a dopo restare o scappare, scegliere, ma non esitare!

Di fugati, di estasiati, di sconvolti e capovolti, di tenaci, di codardi, di curiosi d’ogni stirpe Olivia assai ne vide, copiosi pure sorsero i tormenti e magne le bestemmie, come ben può già sapere chi la vita in coppia abbia esperito.

Numerosi ed infiniti si susseguirono i soli e le lune assai assai gonfi che ci vollero prima che Olivuzza s’arrese all’acquiescenza.

Smise.

S’allontanò di fretta, a perdiscarpe, fiutando a vista finché non trovasse luogo consono all’abbandono e al pianto.

E di consono vi trovò un porcile in cui infilatasi si sbragò tutta, e lì, sduvacata, pianse.

Sinché una variante le si palesò folgorante: il buon uomo dei porci ella vide avvicinarsi, o quello che se ne potea scorgere là ove il di lui fitto vello diradavasi.

Il buon uomo si recava a sfamare le sue bestie, ma i suoi occhi per fessi non si potea prendere ché facili non erano da ingannare, e subito quello scorse una nuova criatura tra le altre, e si vedeva bene che non era come le altre, che abbisognava di molte più cure, e d’essere sfamata più ravvicinatamente, dove potesse bene con lo sguardo soppesarla, e d’esser tutte le notti accarezzata per farle prender miglior sonno, e le mattine anche, affinché il risveglio non le venisse faticoso, e così ogni notte ed ogni giorno, per tutte le notti e tutti i giorni che ci sarebbero voluti, per tutte le notti e tutti i giorni in cui Olivia conobbe l’amore. Sino al giorno in cui cento divennero i suoi chili e il buon uomo congratulòssi con un’espressione in volto e una mannaia in mano già visti tante e tante altre volte prima.

 

 

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Concettina la nana con l’occhio guercio, detta Ekaterina la terrorista russa

Concettina, tutti ricordano, di mestiere faceva la terrorista e nuddu sapìa nenti.

Purtuttavia agli occhi di tutti ella sbarcava il lunario col mensile di buona donna ch’aiuta le buone monache a provvedere che tutto fosse allora stato lindo e pinto per i piccirilli dai sei ai dieci annuzzi che frequentavano le scuole elementari del convento, anche cinque potevano essere gli annuzzi di quelli che, poveretti, un anno prima del dovuto sindacabile furono presi e sradicati di mala maniera dall’agio d’una vita fatta di piaceri semplici e nobili e che giammaipiù rincontreranno, ma allora quei poveri gnomi stolti che mai ci potevano credere?! A Ekaterina non ci poteva pace, e questo conto glielo faceva fare sempre a quei nicuzzi addummisciuti d’un lustro appena, ma il peggio era quando le capitava la luna storta e allora perdeva subito la pazienza appena vedeva che quelli rimanevano muti e fermi e allocchi in faccia, quindi attaccava a ripeterglielo a perdigola, quasi a sospettare che forse non ci sentivano bene perché erano ancora troppo piccoli: vi hanno raggirato con truffa ai danni morali, dovete fare ricorso al sindacato dei piccirilli minchioni come a voi e aspettare di aver compiuto il sesto anno di età prima di rimettere piede su quelle stesse mattonelle, perché sennò, seguitava lei, con tutta quella segatura ovunque cosparsa gli avrebbe riempito dalle orecchie, dalla bocca, dal naso e da tutti gli orifizi a tal scopo sfruttabili quelle grandi zucche che erano vacanti, giacché non contenevano nemmeno un granello di sale. Quando si incazzava pareva persino più alta dei piccirilli!

Ma per fortuna non aggiornava sempre così male per Concettina, la crianza tutto sommato era manza e in fin dei conti con quella segatura poteva farci quello che voleva, puranco non spargerla in siffatta maniera che poi uno, quando piove e c’ha le scarpe bagnate, si va a rumazzare sul pavimento liscio passato di cera e si spacca gli incisivi perché, essendo piccirillo e minchione, è pure caduto gridando a bocca aperta come un pesce lesso che non ha mani per proteggersi, poi gli andava accanto e gli diceva: d’ora in avanti ti ricorderai che mentre precipiti non vale più a niente gridare di paura. Ekaterina lo sapeva bene che bisognava perdere qualcosa di caro per imparare bene una lezione, e andava ripetendosi tra sé e sé: come mi disse un tale una volta “la sofferenza è il carburante della crescita!”, ed era di grande conforto sapere che almeno a qualcuno stava a cuore la formazione di quel gregge smarrito e obliato.

E così via dicendo le giornate lavorative di Concettina perpetuavano a bilanciarsi e sbilanciarsi tra buone e cattive, ma poco contavano quelle dacché ciò che più impegnava la somma di tutte le sinapsi di Ekaterina era del resto la sua genuina vocazione da vera terrorista russa. Quella mischina era oberata di autoincarichi e scadenze, e quand’era che le avanzava anche un sol minuto prontamente tirava fuori la lista delle missioni a lungo termine, cioè il lavoro che cercava di portare avanti in vista del giorno in cui il senno e la forza fisica le sarebbero malauguratamente venuti a mancare: questo mondo è un guazzabuglio, diceva, e una vita sola non basta per ripizzarlo da cima a fondo! A tal proposito la Missione delle missioni era decostituire l’ordine delle ventiquattro ore che componevano la giornata, ella partiva da legittime considerazioni basilari: chi ha legiferato che debbano essere proprio 24 e non qualch’altro numero? E foss’anche che quel fesso che fu si trovasse bene a disporne di ventiquattro, chi vieta alla sottoscritta d’arrangiarsi diversamente? Chi è andato a colonizzare il tempo e a spartirlo alla gente in porzioni di suo proprio gusto? E se uno volesse due volte l’astro del mattino nell’arco di una sola giornata perché dovrebbe essere tanto pusillanime da non aggiudicarselo? Tanto i suoi quesiti le parevano dignitosi che subito s’industriava a contraffare orologi col doppio delle ore, clessidre a tre teste, calendari rivoluzionari… ma le missioni a lungo termine, si sa, rischiano l’egemonia, e quindi Ekaterina, che era savia e null’affatto sprovveduta, a una certa le ammaronava e seguitava a fare qualche cosa d’altro.

Come quella volta che sull’ordine del giorno compariva scritto: scoperchiare tutti i tombini della città. Questo promemoria nacque dopo mesi di dovuta osservazione intorno a un fenomeno che ella forse scoprì per puro caso, ma che al mondo tutto era già noto sebbene la cosa non pareva destare in niun altro il suo stesso sgomento: la gente se ne andava in giro seco recando sempre quel cazzo di smartphone davanti la faccia! Ella era da sempre stata nana, ma fu solo da un certo momento in poi che i passanti cominciarono ad andarle addosso, e del perché non ne venne a capo fin quando non levò lo sguardo verso l’alto e scorse che la cagione dell’eclissi del loro sguardo risiedeva in suddetto oggetto che occultava anche buona parte della loro vista periferica, e dunque bisognava darsi da fare. Ekaterina, a dispetto dell’insegnamento secondo il quale bisogna camminare a testa alta, lo sapeva bene che era da fessi non scrutare il suolo per assicurarsi che il proprio tragitto non nascondesse insidie e perigli, ma addirittura procurarsi un impedimento alla vista doveva essere da matti! E che cosa si aspettavano questi scombinati che fosse l’altrui considerazione a premurarsi di salvargli la vita? Come l’umanità fosse arrivata a sommare sì tanti secoli di esistenza era per Ekaterina il più arcano tra gli arcani! Inizialmente meditò che tutti questi individui meritassero di vivere bendati, ma l’attuazione pratica di questo nobile disegno contemplava possibili ribellioni, opposizioni di forza, perdite di tempo; presto allora le venne in mente: e s’io non fossi stata io ma un qualsivoglia accidente lungo il tragitto sarebbe andata allo stesso modo? Era ben lecito dedurne di si, dunque la soluzione poteva essere pratica, veloce e sufficientemente dolorosa, di certo ben annotata sul suo taccuino.

Questa e tante altre ancora furono le gesta di un piccolo operaio al servizio del buon senso e della ponderatezza, e così come a costei non bastò una vita sola per portarle tutte a compimento, nemmeno a noi basterebbe la nostra per conoscerle una ad una.

Note: Del perché Ekaterina fosse detta ‘russa’ nemmanco sua mamma ne sapeva cose e, come quando l’ignoto diventa tutt’a un tratto più sapìto di una qualche risposta, il mistero calò su tutta questa faccenda e così quella mischina poteva meritatamente portarsi un cazzo di segreto sin dentro alla tomba.